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Storia della fotografia: un viaggio lungo oltre duecento anni

Storia della fotografia: un viaggio lungo oltre duecento anni

Storia della fotografia: un viaggio lungo oltre duecento anni

Riassumere la storia della fotografia in modo chiaro e sintetico, si può?

È una bella sfida, ma non è impossibile.

Iniziamo col dire che la storia della fotografia copre un arco temporale di oltre 250 anni.

Questo perché, per praticità, individuiamo il suo inizio con le prime rudimentali forme di impressione d’immagini grazie alla luce del sole su materiale cartaceo, risalenti alla prima metà del 1700. Da quel momento in poi, i tentativi e gli esperimenti si sono susseguiti con una intensità e una varietà incredibile nel corso delle decadi seguenti.

La storia della fotografia è particolare perché si lega allo sviluppo industriale dell’uomo e ne accompagna il passaggio nel mondo che diventerà poi l’odierno: globalizzato e dominato dalla società capitalistica e del consumo di massa. La storia della fotografia s’interseca quindi con il progresso tecnologico, con i nuovi modelli economici emergenti, ma anche coi profondi mutamenti sociali avvenuti tra la fine del 1700 e il secolo successivo, mutamenti che porteranno al forte ridimensionamento della nobiltà, alla nascita del ceto borghese e proletario e alla formazione progressiva degli stati industrializzati moderni come oggi li conosciamo.

In questo processo inarrestabile, la storia della fotografia dialoga spesso con l’arte, in particolar modo con la pittura. Fotografia e pittura hanno un rapporto altalenante, di amore e odio, potremmo dire così, che porterà a considerare la fotografia come vera e propria forma d’arte, e non come un mero strumento tecnico per riprodurre immagini, solo alla fine di un lungo percorso e di un acceso e agguerrito dibattito che coinvolse anche artisti famosi (e tribunali!).

Com’è facile immaginare, la fotografia e la sua dirompente carica innovativa innestarono nuove abitudini tra le nascenti famiglie borghesi, rispetto alle vecchie usanze nobiliari. Pensate per esempio all’antica moda di commissionare i dipinti a mano dei membri delle famiglie facoltose, e alla progressiva sostituzione di questi ritratti con le fotografie, che diventarono poi sempre più accessibili anche alle famiglie meno abbienti. Insomma, avete capito che la storia della fotografia è tanto ricca di esperimenti scientifici e tecnici, quanto portatrice di invenzioni e innovazioni nella società.

Abbiamo, per comodità, riassunto la storia della fotografia nelle seguenti tappe:

1. STORIA DELLA FOTOGRAFIA: LE ORIGINI? TUTTO COMINCIA NEL 1791

2. STORIA DELLA FOTOGRAFIA: DAI PRIMI PASSI AL DAGHERROTIPO

3. JACQUES DAGUERRE E IL DAGHERROTIPO NEL 1839

4. DIFFUSIONE INIZIALE E PRIMO LIBRO FOTOGRAFICO

5. NUOVE MIGLIORIE TECNICHE E DIFFUSIONE DI MASSA DELLA FOTOGRAFIA

6. LA NASCITA DELL’INDUSTRIA FOTOGRAFICA MODERNA

7. LA FOTOGRAFIA SI FA PORTATILE E REALE: L’ARRIVO DELLA FOTO A COLORI

Ora che abbiamo tracciato le tappe principali della storia della fotografia, cominciamo il nostro viaggio vero e proprio!

STORIA DELLA FOTOGRAFIA: LE ORIGINI? TUTTO COMINCIA NEL 1791

La storia della fotografia è articolata tanto quanto il procedimento che ha portato alla sua invenzione e attraversa moltissime tappe. Tutto parte dal concetto di “impressione”: ossia il procedimento che porta alla colorazione di un supporto materiale in seguito alla reazione chimica scaturita dall’interazione tra uno o più componenti esposti al contatto con la luce solare. Questo, in estrema sintesi, è il principio cardine dietro all’invenzione della fotografia.

A partire dalla prima metà del 1700, quando furono scoperti, iniziò un lungo periodo di sperimentazione legato ai diversi modi coi quali si potevano sfruttare i materiali fotosensibili, ossia materiali che reagivano all’esposizione alla luce solare. Inizialmente, come per ogni nuova intuizione tecnologica, per sfruttarli furono adottati metodi molto grezzi e dai risultati imperfetti. Immaginate un foglio di carta immerso in un barattolo colmo di una sostanza fotosensibile, che poi veniva esposto alla luce del sole ponendovi sopra degli oggetti. Il risultato era che, al termine dell’esposizione alla luce solare, le aree del foglio colpite dal sole si annerivano, mentre le zone dove si trovavano gli oggetti rimanevano chiare.

Proprio questo esperimento viene fatto risalire al ceramista inglese Thomas Wedgwood (1771-1805), il quale sperimentò l’uso del nitrato di argento rivestendone l’interno di recipienti in ceramica, per poi immergervi dei fogli di carta o di cuoio, esposti poi alla luce solare dopo avervi disposto sopra degli oggetti. Wedgwood però, scoprì anche che le “immagini” impresse grazie alla reazione chimica si deterioravano molto rapidamente se esposte alla luce naturale, mentre, se posizionate all’oscuro e viste con la luce di una candela o di una lampada ad olio, questo non succedeva.  Si ritiene che questa scoperta sia collocabile storicamente attorno al 1791.

Thomas Wedgewood e le sue sperimentazioni.

Questa è, per massima semplificazione, la prima tappa del procedimento che porterà alla nascita della vera e propria fotografia. Tutto nasce dalla scoperta di una reazione chimica che provoca la colorazione di alcune zone di un foglio, che coinvolge la luce solare, mentre le zone non colpite rimangono inalterate. Se pensiamo che siamo partiti da qui per arrivare in seguito alle foto in bianco e nero, alle foto a colori e alle polaroid, beh, capiamo che l’uomo quando si ingegna è in grado di realizzare opere tecniche e invenzioni davvero incredibili e non si lascia certo scoraggiare dalle prime difficoltà di utilizzo.

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STORIA DELLA FOTOGRAFIA: DAI PRIMI PASSI AL DAGHERROTIPO

I primi esperimenti legati all’utilizzo dei materiali fotosensibili del 1791, pur portando a dei risultati modesti, stimolarono particolarmente l’ingegno umano. Riavvolgendo la storia della fotografia e sintetizzando i tantissimi tentativi di massimizzarne l’efficacia portati avanti in tutto il mondo, possiamo dire che in tanti avessero intuito le grandi potenzialità del mezzo, e che ciascuno cercasse di trovare la giusta tecnica per monetizzarne il risultato.

Tra questi ingegnosi uomini, troviamo sicuramente l’inglese Joseph Nicéphore Niépce e il francese Louis Jacques Mandé Daguerre. Queste due figure si incontrano, confrontano e a collaborano nel 1800 portando avanti le intuizioni di Wedgwood e spingendosi sempre più in là grazie all’invenzione di nuove tecniche e all’uso di nuovi materiali. Niépce, incuriosito dall’invenzione rudimentale della fotografia, cercò di trovare un modo per far sì che il processo di impressione portasse a una immagine stabile, che non si deteriorasse nel tempo.

Inventò, in prima battuta, un procedimento molto complesso che impiegava un foglio bagnato di cloruro d’argento ed esposto in una piccola camera oscura, ma ottenne il negativo dell’immagine, con le zone impresse chiare e lo sfondo scuro. Allora poi impiegò il bitume di giudea, come materiale fotosensibile, cospargendolo su una lastra di peltro, lasciando che la luce s’imprimesse su questa superficie, filtrando attraverso le zone chiare di un’incisione che frapponeva tra la lastra cosparsa e la fonte di luce. La luce, penetrando attraverso le parti più sottili dell’incisione, faceva indurire il bitume, che poi veniva lavato via con olio di lavanda. Le parti indurite restavano attaccate alla lastra, le parti scoperte scavate con dell’acquaforte e la lastra finale era usata per stampare l’immagine su un foglio di carta. Un procedimento laborioso, chiamato “eliografia”, che ravvicinava il processo più alla stampa tradizionale che alla fotografia, a ben vedere.

JACQUES DAGUERRE E IL DAGHERROTIPO NEL 1839

Nel 1827, Niépce incontrò a parigi Daguerre, mentre era in viaggio per raggiungere il fratello a Londra. Daguerre aveva sentito parlare degli esperimenti di Niépce, ed era a sua volta una mente ingegnosa, anche se apparteneva al mondo dell’arte. Daguerre era infatti un pittore parigino di discreto successo, il quale era conosciuto soprattutto per aver inventato il “diorama”, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, sfruttando la camera oscura per assicurare una prospettiva corretta.

Dall’incontro tra Niépce e Daguerre nacque una vera e propria collaborazione commerciale, culminata con la stipula di un contratto decennale per portare avanti le loro scoperte con un lavoro sinergico e parallelo, cercando di sviluppare e perfezionare le tecnologie legate all’impressione su materiali fotosensibili. Dopo pochi anni dalla morte di Niépce, Daguerre presentò al mondo la sua invenzione: il dagherrotipo. Questo consisteva nell’usare una lastra di rame con sopra applicata una sottile foglia di argento lucidato che, posta sopra a vapori di iodio, reagiva formando ioduro d’argento. Questo ioduro d’argento, una volta esposto alla luce nella camera oscura, tornava nuovamente argento in modo proporzionale alla luce ricevuta. L’immagine non risultava visibile finchè non era esposta ai vapori di mercurio e il risultato finale era fissato da un bagno in una soluzione di sale.

Louis Jacques Daguerre

Nel 1839, Daguerre, che cercava fondi per monetizzare la sua scoperta, fu contattato da François Arago un politico francese, per acquistare il brevetto del procedimento chimico. Nello stesso anno, veniva comunicata con toni enfatici nel quotidiano, Gazette de France la scoperta che permetteva di “dipingere con la luce”. Il procedimento venne infine reso pubblico nel 19 agosto 1839, e François Arago descrisse storia e tecnica del dagherrotipo, arricchita da una relazione del pittore Paul Delaroche, il quale ne magnificava i minuziosi dettagli dell’immagine e affermava che gli artisti e incisori non erano minacciati dalla fotografia, ma anzi potevano usare questo nuovo mezzo per studiare e analizzare le vedute.

Esempio di dagherrotipo.

Daguerre, in seguito, pubblicò un manuale che fece il giro del mondo intitolato “Historique et description des procédés du daguerréotype et du diorama” contenente il processo dell’eliografia di Niepce e della dagherrotipia. Inoltre, brevettò la sua scoperta in Inghilterra, facendosi pagare per il suo utilizzo. Avviò anche la produzione e la vendita delle “camere oscure”, costruite in legno e dotate di obiettivi con lunghezza focale di 40,6 cm e luminosità di f/16, vendute per la cifra di 400 franchi. Da quel momento, la sua invenzione e la sua tecnica si diffusero progressivamente in tutto il mondo e questo incentivò gli esperimenti e la prosecuzione dei tentativi per perfezionarla.

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DIFFUSIONE INIZIALE E PRIMO LIBRO FOTOGRAFICO

Con la diffusione del dagherrotipo e con l’avanzare della tecnica iniziarono ad essere sempre più diffuse le dimostrazioni al pubblico del processo che portava alle primissime “fotografie”. Il pubblico era profondamente colpito dai risultati: era incredibile immaginare che fosse possibile sfruttare il potere della luce per trasmettere su un supporto materiale un’immagine con così tanti dettagli.

Una particolarità: inizialmente, il tempo di esposizione necessario a impressionare il materiale era di almeno 8 minuti. Un tempo lunghissimo, che poteva andare bene per i paesaggi, ma era davvero pesante per ritrarre un essere umano, il quale doveva rimanere in posa il più fermo possibile e risultava poi, nella fotografia, tanto statico quanto innaturale e spesso con gli occhi chiusi. Questo problema iniziale fu risolto quando il tempo di esposizione si ridusse drasticamente a soli 30 secondi, dopo che furono prodotte camere oscure con obiettivi di luminosità f/3.6 e con lastre dagherrotipiche con sensibilità aumentata grazie all’utilizzo di vapori di bromo e cloro. La lamina argentata, inoltre, fu rafforzata dall’uso di cloruro d’oro.

La tecnica continua quindi a perfezionarsi fino al 1841 anno di introduzione della “calotipia” ad opera di William Fox Talbot. La calotipia introduce il concetto di sviluppo dell’immagine attraverso un “negativo” fotografico. Con la calotipia l’esposizione dura solo pochi istanti, sarà poi dal negativo impresso, tramite un processo chimico aggiuntivo, che si andrà a sviluppare in seguito la fotografia vera e propria. La carta impressa veniva infatti immersa in una soluzione composta da nitrato d’argento e acido gallico, esposta e immersa nella soluzione che agisce da rilevatore e permette all’immagine di formarsi.

William Fox Talbot e il suo libro.

Talbot, chiese e ottenne di brevettare in Inghilterra questa nuova tecnologia per trarne profitto, seguendo l’esempio di Daguerre. E nell’arco di tempo che va dal 1844 al 1846, Talbot pubblicò e diffuse anche quello che può considerarsi il primissimo libro fotografico, chiamato The Pencil of Nature”, con stampati al suo interno 24 calotipi.

Pagine del libro di Talbot, The Pencil of Nature.

MIGLIORIE TECNICHE E DIFFUSIONE DI MASSA DELLA FOTOGRAFIA

La fotografia, complici le continue migliorie apportate al processo nei vari angoli del mondo, continua la sua diffusione e anzi, vede un picco di laboratori fotografici che spuntano come funghi in tutto il mondo. Per capirci, nella sola America la fotografia ottenne un grande successo e nel 1850 c’erano più di 80 laboratori nella sola città di New York. In America le lastre argentate furono prodotte sfruttando le macchine a vapore e con il trattamento elettrolitico, che aumentava la quantità di argento sulla lastra.

Questa impennata nella diffusione della fotografia, la portò rapidamente ad entrare a contatto con tutti i ceti sociali, non solo i più abbienti. Il dagherrotipo e il calotipo erano i due metodi più diffusi nello stesso periodo, e il primo veniva ancora considerato più di qualità, perché produceva una sola copia, e questo lo rendeva più “prezioso” agli occhi degli acquirenti. Inoltre, non subiva i difetti nella resa dell’immagine che ancora si palesavano sulla stampa su carta del calotipo.

Proprio in America fu adottato un altro aggiornamento tecnologico che soppiantò rapidamente tutti gli altri, in quanto in grado di migliorare sensibilmente la qualità del processo fotografico: l’adozione del procedimento a base di collodio. Utilizzando il collodio e lastre di vetro o di metallo, si ottennero dei negativi di qualità eccellente, stampati sulle recenti lastre albuminate o al carbone.

Esempio di fotografia realizzata con la tecnica dell’ambrotipia.

Le lastre al collodio dovevano essere esposte ancora umide ed essere sviluppate subito dopo, permettendo di sviluppare l’immagine e di consegnarla subito dopo al cliente. Dall’intuizione che, da un negativo al collodio sottoesposto era possibile ricavare un positivo applicando una superficie scura sul retro, nacquero due tecniche differenti: l’ambrotipia che utilizzava una lastra di vetro e la ferrotipia, su superficie di metallo.

LA NASCITA DELL’INDUSTRIA FOTOGRAFICA MODERNA

La diffusione inarrestabile della fotografia portò ad una richiesta continua e sempre maggiore di materiali, strumenti, componenti e fotografie. In tempi brevi nacquero fabbriche e laboratori specializzati. Si pensi alla produzione di carta albuminata: nella sola fabbrica di Dresda venivano impiegate circa 60.000 uova al giorno per produrla! I laboratori fotografici assunsero in breve tempo i tratti organizzativi delle catene di montaggio, dove ogni compito era assegnato ad un singolo individuo.

Una persona preparava le lastre, che erano portate al fotografo per l’esposizione e successivamente consegnate a un altro collaboratore per lo sviluppo. Infine, le lastre erano pronte per il fissaggio conclusivo in una stanza apposita. C’era poi il personale formato per indicare ai clienti le pose migliori da tenere durante l’esposizione, con dei consigli per far rendere al meglio il soggetto nella fotografia.

Ci fu quindi una diffusione sempre maggiore dell’album fotografico di famiglia e anche la fotografia paesaggistica ebbe sempre maggior successo, con cartoline vendute che raffiguravano personaggi famosi, monumenti, paesaggi naturali, vedute, quartieri o edifici da consegnare al turista in visita. Anche in questo caso, iniziano a nascere i primi sistemi di produzione “di massa” di cartoline e fotografie stampate.

Un esempio di prime diffusione di massa delle cartoline con fotografia.

Una spinta forte alla produzione di massa e alla nascita dei futuri colossi industriali fu data anche dal comparto ottico per realizzare le fotografie: produrre lenti e apparecchiature fotografiche divenne un business e vide lo sviluppo di importanti aziende come Kodak, Leica, Ilford e Voigtländer. Quindi, nella seconda metà del 1800, grazie anche alle produzioni industriali, iniziò a muovere i primi passi l’era della fotografia analogica di massa.

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LA FOTOGRAFIA PORTATILE E L’ARRIVO DELLA FOTO A COLORI

La fotografia si fa progressivamente “documento”, con la sua grande diffusione.

Diventa inseparabile per giornalisti e avventurieri che girano il mondo portando con sé scatti da ogni dove, ed entra a pieno diritto come mezzo di testimonianza del reale nei giornali stampati di tutto il mondo.

Parallelamente alla sua diffusione, si affinano anche gli strumenti per scattare e sviluppare le foto, che diventano sempre più piccoli e maneggevoli, a tutto vantaggio di giornalisti, cronisti e reporter che riescono così a immortalare momenti sempre più importanti e al centro dell’azione.

C’è un solo dettaglio che continua a mancare per rendere la fotografia sempre più capace di immortalare la realtà con dovizia di particolari: il colore. Le foto, infatti, continuano ad essere in bianco e nero. Per renderle sempre più simili al vero, inizialmente i fotografi iniziarono a colorarle utilizzando i pigmenti dell’anilina per sfumare e colorare alcune aree delle fotografie. Ma il processo per l’adozione del colore nelle immagini è frutto di un percorso laborioso, che nasce nel 1859, con gli esperimenti di James Clerk Maxwell, il quale scopre che è possibile ottenere la colorazione della foto grazie a un procedimento definito mescolanza additiva. Clerk scoprì che era possibile ottenere il colore sovrapponendo la luce rossa, verde e blu, dei colori primari.

Fotoritratto di James Clerk Maxwell.

Questa sua intuizione fu portata avanti e perfezionata, portando alla scoperta del metodo sottrattivo, fino a quando, nel 1935 nacque la pellicola fotografica Kodachrome, che utilizzava il metodo sottrattivo inserendo nella pellicola tre differenti strati sensibili, mediante filtri colorati, alle frequenze del rosso, del blu e del verde. Da qui alla pellicola Kodacolor del 1941, il passo e breve, e finalmente sarà possibile ottenere lo sviluppo casalingo delle pellicole negative a colori.

LA DIATRIBA TRA PITTURA E FOTOGRAFIA COME FORMA D’ARTE

Approfondimento a parte merita il rapporto tra fotografia e pittura.

Il rapporto è sempre stato particolare, con intersezioni inevitabili, ma con differenze marcate che hanno portato i pittori e gli artisti ora ad avvicinarsi, ora ad allontanarsi, rendendo lungo e impervio il processo che ha portato al riconoscimento della fotografia come vera e propria forma d’arte autonoma.

Le cartoline e tutte le fotografie di piccolo taglio stampate e diffuse progressivamente, non avevano una qualità sempre eccellente, anzi. Dipendeva molto dalla cura e dalla tecnica utilizzata che, come abbiamo visto, è stata variabile, con utilizzo di materiali e procedimenti diversi l’uno dall’altro anche nello stesso arco temporale.

Le fotografie, per un artista o un occhio particolarmente sensibile al senso estetico, potevano risultare impersonali e fredde rispetto ai ritratti dipinti a mano e che avevano imperversato nei secoli precedenti. Per questo motivo, alcuni pittori, incuriositi dalla fotografia, si avvicinarono e iniziarono a interpretarla in maniera più creativa. Immaginate laboratori dove i fotografi fossero attenti a creare la giusta scenografia retrostante al soggetto, oppure gli indicassero pose audaci o indumenti e accessori per far esprimere il soggetto in un certo modo nella fotografia finale.

Immaginate anche che, questi fotografi di estrazione artistica, che provenivano dalla pittura, dalla scultura o dal teatro, imparassero a giocare con inquadrature più o meno ravvicinate e con illuminazioni studiate a puntino per migliorare l’effetto finale della fotografia. Tra questi artisti, che provarono a interpretare la fotografia secondo le tecniche delle grandi arti maggiori spicca Nadar, parigino fantasioso e dalla forte personalità che è noto anche per aver scattato la prima fotografia aerea dalla storia, a bordo di un pallone aerostatico munito di camera oscura, nel 1858. Oltre a lui, ricordiamo anche Etienne Carjat.

Etienne Carjat, fotoritratto di Charles Baudeleire, 1862 circa.

Di fronte agli obiettivi di questi due personaggi sfilarono illustri artisti come Charles Baudelaire, Gustave Courbet e Victor Hugo, dei quali abbiamo quindi ritratti fotografici risalenti all’epoca.

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FOTOGRAFIA ARTISTICA: LE PRIME POSTPRODUZIONI E L’APPROCCIO ARTISTICO ALLE FOTO

Grazie all’adozione della fotografia da parte degli artisti, iniziarono le sperimentazioni per avvicinare la fotografia al dipinto, con effetti grafici particolari. In prima battuta, infatti, non era tanto il quadro a dover inseguire la fotografia, quanto più il contrario. La fotografia, infatti, era carente di tutta quell’interpretazione manuale, artigiana, che caratterizzava i dipinti creati a suon di sfumature, pennellate e opportune scelte cromatiche. Proprio per questo motivo furono introdotte tecniche come la doppia esposizione e il fotomontaggio. In alcuni casi vennero utilizzati trenta negativi diversi in una stessa immagine oppure due negativi, ma esposti con tempi diversi, per comporre una sola immagine, a ritrarre il cielo e la terra oggetto dello scatto, per ottenere un effetto particolare.

Se da un lato, quindi, abbiamo la fotografia che cerca di imitare la pittura con fantasiose tecniche, dall’altro abbiamo la pittura che inizia a sfruttare le qualità fotografiche, come per esempio la precisione nei dettagli. Pensiamo solo a un pittore come Eugenie Delacroix, che sappiamo aver utilizzato soggetti catturati dalle fotografie per mostrare nei suoi dipinti la gestualità dei personaggi del tempo fin nei minimi dettagli.

La fotografia “pittorica”, inizia quindi a ritagliarsi una certa fama e ad esser considerata da alcuni artisti essa stessa come forma d’arte autonoma, già dopo la seconda metà del 1800, in virtù della resa finale che veniva fatta rassomigliare a quella dei quadri pittorici. Questa tendenza però si arresta bruscamente dopo i primi anni del 1900. La fotografia pittorica inizia ad essere abbandonata, smarcandosi con decisione dalla pittura, per ricavarsi il suo ruolo indipendente come possibile forma artistica con le proprie peculiarità.

Il nuovo corso tendeva ad un’adozione della fotografia come pura, diretta, come mezzo estetico fine a sé stesso, senza bisogno di alcun ritocco. Negli USA, nei primi del ‘900, nasce il movimento della Straight Photography, che invitava ad andare per strada e a catturare la realtà delle città in evoluzione, fotografando la gente comune, i lavori, i palazzi, i quartieri popolari, i paesaggi urbani, avvicinandosi molto alla forma pura o ripetuta, astratta, tipica dell’estetica del cubismo e dei movimenti derivanti da esso.

Diverse tecniche fotografiche vennero reinterpretate e a volte reinventate per produrre immagini che avessero una propria vita e fornissero effetti lontani anni luce dai tratti del pennello, alla ricerca di una propria identità astratta e indipendente. L’indagine astratta porta all’adozione di tecniche come il fotomontaggio o il collage, utilizzato dai dadaisti. La massima espressione di questa tendenza la troviamo nelle opere di artisti come Man Ray, El Lissitky, Aleksandr Rodchenko, Paul Citroen.

La definitiva accettazione della fotografia come forma d’arte indipendente e riconosciuta

Per vedere la fotografia consacrata come forma d’arte indipendente rispetto alla pittura e considerata come di pari peso e dignità, dobbiamo attraversare quasi 100 anni, passando per una famosissima disputa di natura legale, nata in un tribunale francese. Il processo Mayer e Pierson ha segnato infatti un momento storico importantissimo per la fotografia, sebbene in modo curioso.

I due fotografi Pierson e Mayer, infatti, portarono nel 1861 in tribunale altri due fotografi accusandoli di aver riprodotto indebitamente alcune loro fotografie che ritraevano il Conte di Cavour e Lord Palmerston, per farne uso commerciale. Vendere le immagini dei personaggi famosi, spesso consentiva ai fotografi lauti guadagni, e quindi le dispute tra fotografi erano agguerrite, in quella che era già all’epoca considerata la materia della “protezione del diritto d’autore”.

Proprio dal diritto d’autore nasce la disputa che interessa anche la fotografia come forma d’arte. I due fotografi, infatti, scelgono di appellarsi in tribunale alle leggi a protezione del diritto d’autore del 1793 e del1810, le quali però si applicavano solamente alle arti tradizionalmente riconosciute come tali. E la fotografia, purtroppo, non era ancora riconosciuta ufficialmente come arte.

Per ottenere la protezione legale sui diritti d’autore, quindi, occorreva dimostrare prima che la fotografia era a tutti gli effetti una forma d’arte vera e propria. L’iter processuale terminò con la sentenza del tribunale del 1962 la quale statuiva che la fotografia era a tutti gli effetti una forma d’arte, e che quindi era meritevole di tutela legale sul diritto d’autore.

Nonostante questa statuizione legale, i circoli intellettuali faticarono a includere la fotografia come vera e propria forma d’arte indipendente, e la vera e propria conclusione di questo laborioso processo sarà frutto di un crescendo storico, grazie al quale le fotografie vennero progressivamente considerate come forma d’arte a sé stante ed entrando a pieno diritto nelle mostre d’arte moderna e contemporanea in tutto il 1900.